Leggere attentamente


ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale, se qualcuno dovesse riconoscersi in tilla papilla bullo ti sbullo o sullo catullo o, riconoscere qualcun'altro, probabilmente è affetto da una forma degenerativa della coscienza, malattia che ancora non ha nome e chissà se mai lo avrà, e semmai dovesse averlo si correrebbe il rischio che qualcun'altro potrebbe riconoscersi nel nome di quella malattia, comunque, ritornando a questa forma degenerativa si consiglia agli affetti da tal malanno una buona dose di cazzi propri, da farsi naturalmente

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giovedì 25 ottobre 2012

Tutto il tatto della tetta. Un lavoro di copp(i)a. D.


Che, voglio dire, se Francesco Totti ha scritto (?) il suo (?) secondo (?) libro (?) non vedo per quale motivo io e lei non ci si possa produrre in un misero post a 4 mani parlando di un argomento che ci sta a cuore. O meglio, SUL cuore.
E che, grazie all'esperienza maturata sul campo - ma anche sul divano, sui ribaltabili di un'auto, in ascensore, al cinema, a letto, sul tavolo della cucina, ecc.ecc. - ho scoperto stare a cuore anche ad un sacco di appartenenti all'altro sesso. 
Signore e signori, parleremo di tette. 
Che poi, cosa c'è da dire sulle tette che non si sia già detto?
Niente, appunto.
Quindi, per quanto mi riguarda, il post potrebbe concludersi qui. 
Ma siccome sono una blogger cazzara di un certo livello manterrò fede alla parola data, e cercherò, prima di cedere la parola alla mia socia, di dire la mia. Siccome la natura è stata (fin troppo) generosa nei miei riguardi, da un tot di anni mi porto in giro una coppia di tette... come dire? importanti? facciamo ingombranti, e non se ne parli più.
Ho iniziato a portare il reggiseno credo in terza media, ma più per coprire dei capezzoli impertinenti che per effettivo bisogno di "reggere", perchè a 14 anni le mie tette avevano la consistenza del marmo. E si proponevano al mondo sfacciate. Perchè non è che a me le tette sono cresciute. Semplicemente sono spuntate, così, dal nulla a una terza.
Che, se si fosse mantenuta terza nel corso degli anni avrebbe fatto di me un'orgogliosa portatrice di tette terza misura, che, secondo me, è la misura perfetta.
Invece no, il piacere della terza è durato poco, perchè l'inevitabile passaggio alla quarta è avvenuto senza che io potessi oppormi in alcun modo. E meno male che non mi hanno promosso in quinta.
E lo so che ci sarà gente che dice "che fortuna".
"Che fortuna" un cazzo. 
Perchè una quarta abbondante, è, appunto, abbondante.
Correre, è fastidioso. 
Trovare reggiseni è faticoso.
Dormire proni è doloroso.
Fare in modo che il tuo interlocutore di sesso maschile sappia dire di che colore sono i tuoi occhi è a dir poco miracoloso.
Ma ci sono anche dei vantaggi, eh? 
Se piove e stai aspettando l'autobus senza ombrello non ti bagni le scarpe.
E se proprio ti devi macchiare mangiando, stai sicura che difficilmente sarà la gonna, quella che ti sporcherai.
E io qua mi fermo e passo la parola all'altro paio di tette di mani.
Infatti; cosa si potrebbe ancora dire che non sia già stato detto è un mistero misterioso e sorprendente.
Io, le mie le ho viste crescere e svilupparsi individualmente, asincrone, prima una, poi l'altra in tempi ragionevolmente pratici perchè la differenza non fosse abissale.
Tettina, tetta, tettona.
Che non pensavo, ma io e la dee, abbiamo la stessa misura.
Magari cambia la coppa.
Che non è quella di champagne, che se facessero i bicchieri commisurati alla bottiglia, forse forse staremmo dentro una magnum.
Credo sostanzialmente, che sia proprio una questione di punti di vista.
Gli uomini vedono nelle tette l'unione primordiale, il richiamo del latte materno.
Altrimenti non si spiega il motivo per il quale tendano a strizzarle e succhiarle con un'avidità da far invidia a un bebè affamato.
Ma per una portatrice sana di tetta, resta pur sempre uno dei punti di orgoglio, la percezione di riuscire, nonostante l'invasione del tempo, a fottere la gravità, la carica sensuale che riesce a trasmettere.
E' un po' come avere un bell'uccello del quale essere orgogliosi.
Solo che gli uomini lo rinchiudono nelle mutande, noi sotto una maglietta, possibilmente bagnata.